ERA IL SIMBOLO DELLA GUERRA FREDDA
Repubblica — 03 maggio 1989 pagina 5 sezione: LE DUE EUROPE PIU' VICINE
DA STETTINO sul Baltico a Trieste nell' Adriatico, una Cortina di ferro è calata sul continente europeo. Con questa folgorante immagine, in un messaggio al Westminster College di Fulton nel Missouri, il 5 marzo 1946 il premier britannico Winston Churchill battezzava la linea di frontiera che per decenni avrebbe separato Est ed Ovest. Una barriera tra mondo occidentale e mondo comunista che per oltre quaranta anni avrebbe segnato i confini non solo territoriali, ma ideologici tra i due schieramenti, Patto di Varsavia e Nato. E' quello che molti storici considerano l' inizio della Guerra fredda. Churchill non era stato però il primo ad usare il termine Cortina di ferro. L' immagine sembra sia stata adoperata per la prima volta un anno prima dal conte Schwerin von Krosigk, ministro degli Esteri del governo Donitz, e poi ripresa dal primo ministro inglese. Entrambi, comunque, intendevano dare un giudizio negativo nei confronti dei Paesi dell' Europa orientale e della ideologia comunista, e con questo significato polemico l' immagine della Cortina di ferro è divenuta d' uso corrente. Un anno più tardi, nel ' 47, il finanziere Bernard Baruch coniava il termine Guerra fredda. Quando ieri alla frontiera ungaro-austriaca, uno speciale trattore ha tranciato di netto il doppio sbarramento di filo spinato e i pilastri di cemento che a distanza di tre metri l' uno dall' altro formano una barriera insuperabile lunga 300 chilometri, si chiudeva un' altro capitolo della Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Una storia che parte dalla fortunata definizione data da Churchill, e che venne poi messa in atto al confine tra Austria e Ungheria con la costruzione di veri e propri reticolati, eretti nella metà degli anni ' 60 in sostituzione dei campi minati in funzione fin dal ' 57 e che cessarono definitivamente di esistere nel 1971. Un muro eretto per impedire i tentativi di fuga degli ungheresi verso occidente, dotato di appositi sistemi elettrici d' allarme, torri di controllo, sentinelle, campi minati. Da allora gli incidenti sulla linea di demarcazione sono stati migliaia. Solo in ventitrè anni, tra il 1966 e il 1988, i tentativi di fuga sono stati 13.500. Delle 1472 persone riuscite ad attraversare il confine, 1200 furono catturate e 272 arrivarono a destinazione dall' altra parte, chi attraverso tunnel sotterranei, chi saltando reticolati o riuscendo a disattivare il sistema elettrico. Ma nel corso degli ultimi anni, in seguito al clima di distensione determinatosi dai nuovi rapporti tra le superpotenze, in Ungheria le ferree leggi sull' espatrio sono state allentate. A quanto sostengono oggi gli ufficiali ungheresi, lungo la linea di frontiera le armi sono state usate solo per difesa, e dal 1984 non è più stato sparato un colpo di fucile. Basti pensare che lo scorso anno sono stati undici milioni gli ungheresi che sono andati in Austria con un passaporto che, dal primo gennaio 1989, risulta valido per tutti i Paesi occidentali, e 17 milioni di stranieri sono giunti in Ungheria.
WALESA PRONTO A FERMARE DANZICA
Repubblica — 20 agosto 1988 pagina 12 sezione: POLITICA ESTERA
VARSAVIA Walesa minaccia di fermare i cantieri Lenin di Danzica se Solidarnosc non sarà riconosciuta, il governo respinge la richiesta di legalizzare Solidarnosc e minaccia sanzioni contro gli scioperanti; Jaruzelski offre di recarsi tra gli operai a Stettino se il lavoro riprenderà, gli scioperi continuano a estendersi nelle miniere della Slesia. La Polonia è a un passo dallo scontro. La risposta del governo all' ultimatum di Walesa è giunta nella tarda serata di ieri, dopo ore di seduta a porte chiuse. Il comunicato dell' esecutivo afferma che la richiesta di restituire uno status legale al disciolto sindacato è irrealistica, dichiara illegali gli scioperi e ammonisce che essi non fanno che complicare la già difficile situazione economica del paese. Il documento preannuncia soluzioni urgenti a favore del tenore di vita dei cittadini, definisce eccessive le rivendicazioni economiche dei lavoratori e denuncia gli ispiratori e gli organizzatori delle agitazioni illegali che cercano di sfruttare le difficoltà a scopi politici. Il governo ha deciso dunque la massima fermezza in risposta all' ultimatum lanciato da Walesa: a Danzica, dove ha parlato nei cantieri, il leader sindacale si è detto pronto a far fermare il lavoro nella grande fabbrica sul Baltico e a lanciare azioni di protesta ancora più vaste se entro lunedì il governo non riconoscerà Solidarnosc. Appoggiamo tutti gli operai che in questo momento stanno scioperando in tutta la Polonia; vorremmo evitare scioperi e proteste, ma anche qui nei cantieri incroceremo le braccia se entro lunedì il nostro sindacato non otterrà il riconoscimento legale; probabilmente indirò uno sciopero nell' intera regione di Danzica, ha detto il premio Nobel, aggiungendo: Qui la gente è esasperata, è pronta a scendere in sciopero fin da adesso. In una giornata che ha visto salire ancora la rensione, l' unico, parziale gesto distensivo è venuto appunto dal generale Jaruzelski: il capo dello Stato e del partito polacco si è detto pronto a recarsi a Stettino in risposta all' invito rivoltogli giovedì dai lavoratori del porto in sciopero, a condizione che essi riprendano il lavoro ed espellano dai cantieri tutti coloro che non sono dipendenti dell' azienda. Jaruzelski ha inviato un messaggio in questo senso alla direzione del porto che ne ha informato ilavoratori. Il comitato di sciopero di Stettino ha tuttavia risposto algenerale di non poter prendere una decisione in merito alle suerichieste, e soprattutto a quella relativa alla espulsione delle persone che non sono dipendenti dell' azienda, in quanto si è ormai costituito un Comitato interaziendale di sciopero nella città da cui queste decisioni adesso dipendono. Secondo le fonti operaie tuttavia l' organismo di autogestione del porto ha inviato un nuovo messaggio al generale pregandolo di recarsi a Stettino in ogni caso per parlare con gli operai in quanto si tratta di cosadi grande importanza. Solidarnosc però sembra decisa a non abbassare la guardia. Dopo l' ultimatum di Lech Walesa, è giunto anche un comunicato della direzione nazionale del sindacato clandestino, che invita tutti gli operai polacchi a iniziare proteste di solidarietà con i minatori ed i lavoratori di Stettino in sciopero per chiedere il pluralismo sindacale ed aumenti salariali. Nella sua dichiarazione diffusa ieri la direzione nazionale del sindacato (Kkw) sottolinea che gli scioperi di questi giorni servono al futuro del nostro paese in quanto solo una saggia pressione sociale può spingere le autorità polacche sulla strada della perestroika. Ci rivolgiamo alle maestranze operaie - continua il comunicato - ed ai membri del nostro sindacato chiedendo solidarietà con gli scioperanti. Essi lottano per la nostra causa comune. Secondo la direzione di Solidarnosc, la nuova ondata di scioperi è l' espressione dello scontento generale e del senso di minaccia materiale. La legalizzazione del sindacato, chiesta dagli operai in sciopero, è condizione indispensabile per un cambiamento della situazione polacca. L' ultimatum di Walesa, il comunicato della direzione di Solidarnosc e infine il documento del governo segnano il crescendo della tensione, mentre la protesta dilaga ancora a macchia d' olio. In Slesia sono ormai nove le miniere in sciopero mentre a Stettino, oltre al porto ed agli autisti degli autobus, sono scesi in campo anche i ferrovieri e un raduno di solidarietà, che potrebbe sfociare in una protesta, è organizzato nella grande acciaieria slesiana di Huta Katowice.A partire da oggi, Solidarnosc ha proclamato lo stato di preparazione allo sciopero alle acciaierie Lenin di Cracovia. Di fronte ad una situazione che minaccia di sfuggire a qualsiasi controllo, gli stessi sindacati ufficiali (Opzz), pur rigettando la prassi degli scioperi selvaggi, riconosce l' estrema difficoltà della situazione e denuncia la politica salariale del governo annunciando una imminente presa di posizione decisa sulla situazione. - nostro servizio
KOHL E MAZOWIECKI PREPARANO IL TRATTATO SU CONFINI E MINORANZE
Repubblica — 08 novembre 1990 pagina 15 sezione: POLITICA ESTERA
STETTINO La strada per Stettino, o meglio secondo il suo nome polacco Szczecin, finora addormentata, è da qualche mese piena di traffico: da quando i tedeschi dell' ex Rdt, che dal primo luglio hanno in tasca i loro pochi ma buoni marchi, hanno scoperto che con la loro moneta forte possono comprare alimentari e altri beni di consumo nelle confinanti città polacche a un quarto di quanto costano a casa propria. Il traffico si era interrotto intorno al 3 ottobre. Come conseguenza dell' unificazione, l' obbligo reciproco di visto per i polacchi e per i tedeschi occidentali si era esteso all' ex Rdt. Dal 3 ottobre i polacchi devono chiedere un visto per venire a fare acquisti a Berlino ovest, e i tedeschi dell' Est avrebbero dovuto rinunciare a beneficiare del dislivello tra il potere d' acquisto del marco e quello dello zloty. Questo privilegio è stato poi prolungato unilateralmente da Varsavia per qualche settimana e la questione dovrà essere regolata da Kohl e Mazowiecki nel loro incontro oggi a Francoforte sull' Oder. La scelta di questa città è stata voluta dal primo ministro polacco, per sottolineare che l' Oder è il confine definitivo tra i due paesi e per dire che di qui deve partire l' opera di riconciliazione e di collaborazione. La geografia non cambia, ma la geopolitica sì dice Mazowiecki. E ricorda che dopo il superamento della divisione politica e militare dell' Europa occorre superare il dislivello economico. Stettino spera molto in questi nuovi scambi. Primo porto sull' Oder a quaranta miglia dal Baltico, potrebbe diventare uno scalo libero nell' ambito di futuri accordi di collaborazione regionale. Un mercatino nel cuore della città Si pensa perfino a portare sull' Oder una catena di grandi magazzini a buon mercato davanti ai quali a Berlino c' erano, fino al 3 ottobre, immancabili file di polacchi. Per ora i commerci tedesco-polacchi sono limitati. Intorno al vecchio mercato ortofrutticolo nel cuore della città si è creato da pochi mesi un prolungamento di bancarelle, furgoncini, fogli di giornale stesi per terra su cui giacciono le più variegate mercanzie. Si aspettano i tedeschi con il loro forte potere d' acquisto e il loro invidiato marco. Bitte bitte niente problemi: prendere prendere dice un venditore tendendo un paio di jeans. Mostra golfini bianchi di poliestere che tra le sue mani fanno scintille. Accanto, pendono tristi da una tavola due volpi argentate, cinquanta marchi l' una. Un etto di burro costa un marco e un chilo di pane anche. Tra un banco e l' altro qualche contadina offre uova fresche e cavoli. Uno dall' aria organizzata ha trasformato la sua Lada in un negozio di elettronica, un ragazzo offre cassette pop e una lente d' ingrandimento russa per 4 marchi, un uomo di mezza età cerca di spiegare in polacco a un compratore tedesco i pregi di un binocolo russo. Anche questo povero flusso di commerci aiuta la comunicazione, dice il direttore del principale giornale locale; finora questi due popoli non si erano mai parlati. A Stettino è difficile imbattersi in qualcuno che sia stato nella città più di quarant' anni. Dopo l' accordo di Postdam, nel 1945, tutti i tedeschi che non erano già fuggiti furono obbligati ad andarsene e la città fu riempita di polacchi che venivano dai territori orientali ceduti all' Unione sovietica. I sondaggi demoscopici indicano che la paura dei polacchi di restare ancora una volta schiacciati tra i due potenti vicini, la Germania e l' Urss, è diminuita e che il consenso a una politica pro-tedesca è cresciuto. In febbraio, quando Kohl era tornato da Mosca con l' ok di Gorbaciov in tasca, l' eco delle bottiglie di champagne stappate sull' aereo era arrivata anche qui. Le resistenze del cancelliere a Mazowiecki che voleva definire subito la questione dei confini, avevano provocato allarme. Le garanzie dei tedeschi Alla fine Kohl, garantito contro eventuali erosioni elettorali a destra dalla vittoria nella Rdt il 18 marzo, aveva dato le garanzie richieste. Alla conferenza due più quattro a Parigi Genscher assicurò il 17 luglio che il Trattato sui confini sarebbe stato firmato dalla Germania subito dopo l' unificazione e ratificato dal nuovo Parlamento subito dopo il 2 dicembre. Non sarà proprio così. Oggi Kohl e Mazowiecky non firmeranno nessun Trattato sui confini, come avrebbe voluto il premier polacco. Il cancelliere, a dimostrazione del legame politico tra i due, vuole infatti che il Trattato sui confini sia firmato insieme a un Trattato di collaborazione più generale dentro il quale dovrebbero avere secondo Bonn un posto preminente i diritti delle minoranze tedesche in Polonia. La trattativa è difficile e la vigilia elettorale (in Polonia si vota il 25 novembre e in Germania una settimana dopo) non ha facilitato le cose. Mazowiecki in un' intervista televisiva ha rifiutato anche ieri qualsiasi statuto speciale che dia alle minoranze tedesche diritti diversi da quelli di altre minoranze etniche. Non si sa se Kohl da parte sua sarà disposto a fissare per dicembre la data della firma del Trattato sui confini. Alla vigilia dell' incontro da Bonn sono venute voci rassicuranti. Per le minoranze tedesche sarebbe stata accettata la formula di un regolamento secondo lo standard internazionale. I risarcimenti alla vittime del nazismo (rifiutati finora da Bonn con l' argomento che anche gli esuli dai territori oltre l' Oder dovrebbero essere risarciti) non saranno inclusi nel Trattato ma sarà creata una fondazione nelle cui casse affluiranno soldi dello Stato e delle industrie tedesche che beneficiarono del lavoro coatto dei polacchi. - VANNA VANNUCCINI
Cinquant' anni di Guerra fredda nei racconti di chi l' ha vissuta
Repubblica — 14 marzo 2005 pagina 53 sezione: SPETTACOLI
«Una cortina di ferro è calata da Stettino a Trieste». Così Winston Churchill fotografava nell' agosto del 1946 l' Unione Sovietica appena uscita dalla Seconda guerra mondiale. Dopo la collaborazione con le forze alleate che aveva portato alla fine dei regimi nazisti e fascisti, si assisteva ora alla rimozione di ogni comunicazione libera e di ogni rapporto tra l' Unione Sovietica e il resto del mondo. Era l' inizio della "Guerra Fredda". Da stasera, in seconda serata, Retequattro proporrà per "Appuntamento con la storia" una nuova serie di dodici documentari, presentati da Alessandro Cecchi Paone e dedicati a questo capitolo fondamentale nella storia del ventesimo secolo. "La Guerra Fredda" è una serie realizzata dalla Cnn di Ted Turner e curata dallo storico Sir Jeremy Isaacs: vi sono stati esaminati cinquant' anni di storia mondiale, dall' agosto del 1946 fino al dicembre del 1991, quando la bandiera rossa dell' Urss sventolò per l' ultimo giorno sul Cremlino. Il primo dei 12 documentari dell' edizione italiana, della durata di 60 minuti (quella originale, "Cold War", è composta da 24 episodi da 45 minuti) ricostruirà gli avvenimenti che portarono alla Guerra Fredda, dalla Rivoluzione Russa alla fine della seconda guerra mondiale. Ospite di Alessandro Cecchi Paone, nello scenario della seicentesca Biblioteca Ambrosiana di Milano, sarà il giornalista e docente universitario Massimo Teodori. La preparazione della serie ha richiesto tre anni di lavorazione, durante i quali sono stati esaminati 8 mila e 500 documentari d' archivio, sono state raccolte mille ore di filmati originali, effettuate riprese in 31 nazioni e intervistati oltre 500 testimoni. Tra questi, tre ex presidenti degli Stati Uniti, Gerald Ford, Jimmy Carter e George Bush Senior; capi di Stato come Mikhail Gorbaciov, Wojciech Jaruzelski, Daniel Ortega, Lech Walesa, Vaclav Havel e Fidel Castro; e parenti di leader scomparsi come Sergei Krushev, figlio di Nikita, Ortensia Allende, vedova di Salvador; ex ambasciatori; ex agenti segreti della Cia e del Kgb; ed ex ufficiali e generali, dal "Napoleone" vietnamita Vo Nguyen Giap, a William Westmoreland, comandante in capo dell' esercito Usa in Vietnam. Tra gli intervistati anche Gianni Agnelli, scomparso nel 2003, e Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio. Ma compaiono anche le testimonianze di soldati semplici e persone comuni che vissero quegli avvenimenti in prima persona. Tra gli ospiti delle prossime puntate il professor Piero Barucci, dell' Università di Firenze; il professor Giovanni De Luna, dell' Università di Torino; e il giornalista Giordano Bruno Guerri.
Anna Rita N apre anche in Polonia
Repubblica — 09 giugno 2008 pagina 36 sezione: AFFARI FINANZA
ANNA RITA N sbarca a Poznàn in Polonia. Il brand di abbigliamento femminile sceglie per quest' area la formula del temporary store (nella foto) in collaborazione con il proprio partner locale. Già presente con store monomarca a Milano, Shanghai, Mosca e Pechino, l' azienda aprirà a breve il terzo flagsghip cinese a Huangzhou.